La Chiesa della Divina Maternità della Beata Vergine Maria è il cuore religioso di Cibali
A Cibali la chiesa della Divina Maternità rinasce dalle macerie della Madonna delle Grazie, tra bombe del ’43, campane storiche e una comunità che non ha mai lasciato la piazza.
Dalle lave del ’600 alle bombe del ’43
Nel Settecento Cibali era un rifugio di profughi: qui arrivarono gli abitanti di Misterbianco vecchia e di altri casali sommersi dalla lava dell’Etna nel 1669, scappati dalle loro case sepolte dal fuoco per ricominciare in un fazzoletto di campagna alle porte di Catania. Per loro, nel 1669 nacque la chiesa di Santa Maria delle Grazie, primo vero presidio religioso del quartiere, ricostruita nel 1697 dopo il devastante terremoto del 1693 grazie alla tenacia del vescovo Andrea Riggio. Per quasi due secoli quella chiesa fu “la” parrocchia di Cibali, tanto da diventare vicaria curata nel 1749, punto fermo nella vita contadina e nelle prime case sorte attorno all’attuale piazza Bonadies.beweb.chiesacattolica
Tutto crolla il 19 luglio 1943, quando un pesante bombardamento anglo‑americano colpisce in pieno il quartiere, sbriciolando case, vite e la “parrocchia principale”, la Madonna delle Grazie, ridotta a un cumulo di macerie tra fumo e sirene. Le cronache e le memorie di zona parlano di gente che scavava a mani nude tra i detriti per salvare simulacri e quadri sacri, quasi a dire che, se la chiesa fisica era ferita a morte, la devozione di Cibali non voleva saperne di morire. Nel 1947 la Curia decide la demolizione completa del vecchio edificio, troppo danneggiato per essere riparato, aprendo la strada a una ricostruzione che cambierà volto e nome al luogo di culto, ma non al legame con la Madonna delle Grazie.wikipedia
Un tempio moderno con un cuore antico
La nuova chiesa, progettata per conto del Genio civile dagli ingegneri Giuseppe e Salvatore Privitera, nasce nella seconda metà degli anni ’40 sulle stesse fondamenta della vecchia fabbrica, affacciata sulla piazza che diventerà Michelangelo Bonadies, vero salotto del quartiere. L’architettura è moderna, razionale, con un prospetto rettangolare pulito, un unico portale d’ingresso sormontato da un rosone e, sul lato sinistro, un orologio donato dall’assessore comunale Emilio Bonaventura nel 1952, quasi a scandire simbolicamente il “nuovo tempo” di Cibali. Sopra la facciata, il loggione campanario progettato dall’architetto Rosario Marletta si staglia netto contro il cielo, con le sue sei campane che raccontano, più dei muri, la stratificazione della storia parrocchiale.loquis
Dentro, la chiesa si presenta ad un’unica navata con vestibolo d’ingresso e cantoria, presbiterio rialzato e abside semicircolare: niente stucchi, niente decorazioni ridondanti, solo pareti nude e pavimenti in marmo che mettono al centro l’altare, il tabernacolo e la comunità radunata. A destra del presbiterio si snoda il corridoio che porta alla sacrestia e, attraverso le scale retrostanti l’abside, ai saloni parrocchiali del secondo livello e alla casa canonica al terzo, confermando la vocazione della chiesa non solo come luogo di culto, ma come casa operosa per catechesi, riunioni e attività sociali. È una modernità che non rinnega il passato, ma lo accoglie, lo ingloba e lo fa parlare in linguaggio più sobrio, adatto al dopoguerra e alle esigenze di un quartiere in piena espansione.diocesi
Le campane: un museo sonoro che viene da lontano
Se si sale idealmente nel loggione campanario, si entra in una specie di “museo sonoro” a cielo aperto: le sei campane raccontano oltre un secolo e mezzo di storia cibalina, fatta di donazioni, devozioni popolari e persino di circoli giovanili. La più grande, datata 1885, è alta 1,55 metri, ha un diametro di 1,25 metri e pesa circa due tonnellate: fu donata dai fedeli del quartiere, che misero insieme risparmi e sacrifici per dare alla loro chiesa una “voce” potente, riconoscibile in tutta la zona. Accanto a lei suonano una campana del 1790 (90 cm di altezza, 63 cm di diametro, tre quintali di peso) e un’altra del 1895, recuperata da una chiesetta di Cibali ormai scomparsa, con i suoi 73 cm di altezza e 60 di diametro, memoria salvata prima che il tempo facesse il resto.wikipedia
Poi c’è “a Luigina”, la piccola del 1934, alta 63 cm e larga 60, chiamata così perché fatta realizzare a spese del Circolo giovanile San Luigi: un dettaglio che dice molto sulla partecipazione attiva dei laici, soprattutto dei giovani, alla vita della parrocchia. Chiudono il concerto altre due campane gemelle del 1872, una da 68 cm di altezza e 59 di diametro (un quintale di peso) e l’altra da 60 cm per 52 di diametro, 72 chili appena, che completano l’accordo e permettono il suono a festa nelle grandi solennità. Ogni rintocco, oggi come ieri, accompagna passaggi esistenziali precisi: battesimi, matrimoni, funerali, processioni di quartiere; un codice sonoro che la gente di Cibali riconosce al volo, ancora prima di guardare l’orologio affacciato in facciata.acatania
La Madonna delle Grazie, icona salvata dalle macerie
Nonostante il nuovo titolo alla Divina Maternità, l’anima del quartiere continua a chiamare questo luogo “la chiesa della Madonna delle Grazie”: un vezzo affettivo che rivela quanto profonda sia la radice della devozione originaria. Fulcro di questo legame è il quadro settecentesco della Madonna delle Grazie, collocato sull’altare maggiore, sopravvissuto alle tragedie e ancora oggi oggetto di venerazione quotidiana. Accanto al dipinto, il simulacro mariano sfoggia una corona d’argento di grande pregio, realizzata nel 1868 dall’orafo catanese Pietro Caruso Lazzaro, artigiano ottocentesco noto per i suoi lavori destinati a chiese e confraternite della diocesi.loquis
Ogni festa mariana, in particolare quando la comunità insiste sul titolo della Madonna delle Grazie, diventa occasione per rivedere in strada tradizioni semplici ma identitarie: processioni tra le vie di Cibali, altarini improvvisati ai balconi, luminarie che tagliano il buio delle sere estive. È un dialogo continuo tra l’intitolazione ufficiale – Divina Maternità della Beata Vergine Maria – e quella affettiva, che la gente non ha mai smesso di usare, come se volesse tenere insieme tutte le “vite” del suo santuario, da quella sepolta dalla lava a quella distrutta dalle bombe, fino all’attuale.facebook
Cibali oggi: una parrocchia che sa di quartiere
La chiesa di piazza Bonadies non è solo un edificio: è un punto di riferimento urbano attorno a cui ruotano bar, negozi, fermate di autobus e, soprattutto, relazioni umane quotidiane. La parrocchia, oggi guidata da un parroco giovane e attiva sul fronte catechistico e caritativo, organizza messe feriali e festive, momenti di adorazione, gruppi di preghiera e incontri con famiglie e ragazzi che abitano tra gli stabili popolari e le casette storiche di Cibali. Le iniziative – dalle feste di quartiere alle raccolte viveri, fino agli eventi in salone parrocchiale – restituiscono l’immagine di una comunità che, pur segnata da problemi sociali e urbanistici tipici delle periferie interne, continua a trovare nella chiesa un luogo dove sentirsi casa.
Nei racconti degli anziani, la Chiesa della Divina Maternità è ancora “a parrocchia vecchia”, quella che ha visto passare la guerra, l’emigrazione verso il Nord, il boom edilizio e le domeniche allo stadio Cibali; nei sogni dei giovani, è invece uno spazio da riempire di musica, teatro, attività sportive e oratoriane. Come tutte le chiese di quartiere che hanno saputo resistere ai colpi della storia, non vive di grandi clamori, ma di piccoli gesti: una candela accesa davanti al quadro delle Grazie, una campana che suona a morto, una processione che sfiora i balconi bassi. È lì che si misura la sua vera grandezza.facebook
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