Amenano: il fiume scomparso di Catania che continua a raccontare la città
Un corso d'acqua che fu divinità, risorsa e minaccia: dall'antica divinità Amenanos alle eruzioni che lo seppellirono, fino alla fontana in Piazza Duomo che ne rivela il respiro sotterraneo.
Nel cuore di Catania scorre una storia d'acqua che ha attraversato secoli, culti e catastrofi: è la storia dell'Amenano, fiume perenne della Sicilia orientale. Per gli antichi abitanti della città la corrente non era soltanto una risorsa idrica, ma una presenza sacra: il dio fluviale Amenanos compare su monete del V secolo a.C., talvolta rappresentato come toro antropomorfo, talaltra con una semplice testa giovanile. Queste immagini non sono ornamento, ma la traccia di un rapporto profondo tra città e acqua, inciso nel metallo e nella memoria.
Ai tempi antichi l'Amenano non era un'unica lingua d'acqua nascosta: si apriva in vari rami e alimentava il lago di Nicito, trasformando il territorio e rendendo fertile la cintura urbana. Fonti medievali e geografiche descrivono un fenomeno particolare: in alcuni anni il fiume cresceva così tanto da permettere l'installazione di molini, per poi asciugarsi quasi del tutto in altri periodi. Questa variabilità, narrata anche da geografi come Edrisi, segnala una natura dell'acqua al tempo stesso generosa e capricciosa, capace di plasmare l'insediamento.
Nel Medioevo il corso d'acqua assunse anche un nome diverso, quello di Judicello, perché attraversava la giudecca, il quartiere ebraico della città. La denominazione resistette nei secoli e compare ancora nelle mappe fino al XIX secolo, testimonianza di come il fiume sia stato parte integrante dell'urbanistica e dell'identità toponomastica di Catania.
Le ricerche storiche e gli scavi archeologici hanno ricostruito il suo viaggio: lo studioso Carlo Gemmellaro osservò che l'Amenano, scendendo verso il mare, seguiva l'asse dell'attuale viale Mario Rapisardi fino alla piazza Santa Maria di Gesù, passando poi per via Botte dell'acqua e lambendo il Monastero dei Benedettini. Da lì si divideva in tre rami che raggiungevano la Pescheria, il Teatro Romano, piazza San Francesco e le Terme Achilliane, configurando una città che si dipanava attorno a canali d'acqua vivi e accessibili.
L'eruzione che cambiò il destino
Il momento di rottura arrivò nel 1669, con l'eruzione dell'Etna che segnò un prima e un dopo per Catania. La colata lavica e le colmate seppellirono il lago di Nicito e i circa 36 canali terminali dell'Amenano, minacciando di entrare in città attraverso la cosiddetta Porta dei canali. Fu un climax drammatico: una città costruita attorno all'acqua vide la propria rete idrica modificata dall'implacabile potenza vulcanica.
Le conseguenze furono a lungo termine. Il fiume non scomparve, ma cambiò veste: il suo corso venne progressivamente inglobato nel sottosuolo cittadino. Gli scavi condotti in più punti della città hanno confermato la sua presenza nascosta e hanno misurato una portata significativa, superiore a una dozzina di litri al secondo, segnale che sotto la pietra continua a scorrere una risorsa viva. Le tracce emerse dalle indagini archeologiche hanno restituito mappe di un paesaggio idrico che oggi è per gran parte sotterraneo.
Oggi l'Amenano è visibile dove la città ha deciso di ricordarlo: la Fontana dell'Amenano in Piazza Duomo restituisce, con plasticità barocca, la presenza dell'acqua che da sempre abita Catania. Il fiume sbocca infine in mare nei pressi del Porto di Catania, vicino al giardino Giovanni Pacini, come se il mare accogliesse il suo ritorno dal sottosuolo. Questa visibilità parziale presiede a un doppio registro: quello della memoria pubblica e quello della geografia nascosta.
Le monete antiche che ritraggono il dio fluviale, il reticolo di canali sepolti e le toponomastiche come Judicello sono frammenti di una stessa narrazione urbana. Il corso d'acqua ha modellato la città e la sua economia, ha ispirato culti e simboli e, con le catastrofi, ha imposto una rinegoziazione continua tra uomo e natura. Oggi la tutela e lo studio delle tracce dell'Amenano sono pratica di responsabilità scientifica e civica: preservare la conoscenza significa anche salvaguardare il paesaggio urbano dalle amnesie.
Il finale non è una chiusura ma una persistenza: sotto il selciato e le piazze di Catania scorre ancora un fiume che ha radici antiche e che ridefinisce il senso del luogo ogni volta che affiora, come nella fontana in Duomo. L'Amenano, scomparso dalla vista ma non dalla realtà, ci ricorda che le città sono stratificazioni di memorie, rischi e risorse, e che la loro storia continua a scorrere, spesso, sotto i nostri passi.
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