Nuove evidenze sulla genesi dell'Etna: magma anche da serbatoi nella zona di transizione
Studio pubblicato sul Journal of Geophysical Research indica materiale fuso tra astenosfera e crosta che spiega l’elevata attività eruttiva dell’Etna.
L’Etna continua a sorprendere la comunità scientifica. Uno studio pubblicato sul Journal of Geophysical Research, rilanciato dall'INGV e dall'account INGVvulcani, mette in luce nuovi elementi sulla genesi del vulcano e sui meccanismi che spiegano la sua intensa attività eruttiva. La ricerca è coordinata dall’Università di Losanna e vede la partecipazione della ricercatrice Rosa Anna Corsaro dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, Sezione di Catania.
Dettagli dello studio
Secondo i risultati presentati, il magma che alimenta l’Etna non si forma esclusivamente in profondità. Parte del materiale magmatico deriverebbe infatti da porzioni di magma preesistente concentrate in una zona di transizione tra astenosfera e crosta. Questi «serbatoi» di materiale fuso possono alimentare le eruzioni risalendo direttamente oppure dopo aver subito processi di interazione con la crosta, modificando così la composizione delle lave.
La ricerca descrive inoltre le vie di risalita del magma: il materiale può propagarsi lungo fratture generate dai movimenti delle placche, un meccanismo che contribuisce a spiegare la frequenza e la varietà degli eventi eruttivi osservati sull’Etna. Questo quadro integra osservazioni geochimiche e dati geologici per spiegare alcune delle particolari caratteristiche delle lave etnee.
Uno degli aspetti cronologici evidenziati dallo studio riguarda l’evoluzione dell’attività: all’inizio della storia dell’edificio vulcanico, circa 500 mila anni fa, il magma eruttato era relativamente limitato. Nel tempo il volume magmatico disponibile è aumentato, passando a fasi di eruzione più intense e frequenti che caratterizzano l’Etna come uno dei vulcani più attivi al mondo.
Lo studio inserisce infine il vulcanismo etneo in un contesto regionale più ampio: non si tratta di un fenomeno isolato, ma della prosecuzione di un’attività vulcanica più antica che ha interessato la regione settentrionale dei Monti Iblei. Questo inquadramento geologico regionale fornisce un contesto per comprendere la sorgente e l’evoluzione del sistema magmatico etneo.
Le evidenze presentate rafforzano la comprensione dei processi che alimentano l’Etna e forniscono elementi utili per il monitoraggio e per futuri studi volti a valutare il comportamento eruttivo e le proprietà delle lave. Il lavoro, pubblicato su un'importante rivista internazionale e supportato dall’INGV, apre traiettorie di ricerca per approfondire il ruolo dei serbatoi nella zona di transizione e le interazioni con la crosta superiore.
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