Appello riaperto per l'infermiere condannato all'ergastolo: acquisite nuove perizie

La Corte d'Assise d'Appello ammette due relazioni cliniche: la difesa invoca un disturbo di personalità preesistente, requisitoria il 30 aprile.

A cura di Redazione
25 marzo 2026 13:37
Appello riaperto per l'infermiere condannato all'ergastolo: acquisite nuove perizie -
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La Corte d'Assise d'Appello ha sciolto la riserva e disposto la riapertura dell'istruttoria nel processo a carico di Vincenzo Villani Conti, condannato in primo grado all'ergastolo per l'omicidio di due pazienti. Sono state acquisite nel fascicolo d'appello due relazioni cliniche redatte da uno psichiatra e da una psicologa che seguono l'imputato.

L'accusa sostiene che l'infermiere, durante un turno notturno al Cannizzaro, avrebbe somministrato una dose letale di farmaci a due pazienti terminali, provocandone la morte. La famiglia dell'ospedale si è costituita parte civile, assistita dall'avvocato Eleonora Baratta. L'indagine originò dallo sfogo raccolto da alcuni psicologi, che portarono alla denuncia e all'intervento della squadra mobile.

Nel processo di primo grado la linea difensiva aveva puntato su contestazioni alle perizie tecniche e sulla valutazione del nesso causale tra iniezione e decesso; fu nominato un collegio di consulenti per fare luce su quei profili. La ricostruzione dell'accusa ha inoltre indicato un possibile movente: una vendetta nei confronti dell'ospedale per un presunto mancato trasferimento del personale.

La difesa, rappresentata dall'avvocato Salvatore Liotta, ha chiesto e ottenuto l'ammissione di atti che ritiene «sopravvenuti» rispetto alla sentenza di primo grado e alla redazione dell'appello. Le due relazioni inserite nel fascicolo attestano la presenza di un disturbo della personalità preesistente alle morti, diagnosi che la difesa aveva già fatto emergere tramite perizia nel primo grado ma che allora era stata ritenuta non sufficientemente ponderata.

Secondo la Corte, i documenti sono ammissibili perché sopravvenuti; tuttavia, al momento, non è stata disposta né l'assunzione di ulteriori accertamenti né l'esame dei due professionisti autori delle relazioni. La Corte ha ritenuto i documenti «sufficienti» al deposito, lasciando aperte valutazioni successive in sede decisoria.

I difensori sostengono che le certificazioni, frutto di circa un anno di cura, possano essere utilizzate per interpretare le dichiarazioni dell'imputato — considerate in precedenza di natura confessoria — e il suo atteggiamento durante i colloqui con i medici che poi lo denunciarono. L'accusa, invece, potrà valutare l'incidenza di queste nuove valutazioni sul quadro probatorio complessivo.

La prossima udienza è fissata per il 30 aprile, quando si svolgerà la requisitoria: interverranno il sostituto procuratore generale Miriam Cantone e la pubblica ministero applicata alla Procura generale Alessandra Russo. Sul banco resta dunque il confronto tra le valutazioni cliniche sopravvenute e le conclusioni già raggiunte in primo grado.

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