Il ruolo di Catania nella rivoluzione siciliana del 1820 | Quando la città si ribellò al governo borbonico

Scopri il ruolo di Catania nella rivoluzione siciliana del 1820, quando la città scelse di non aderire al movimento indipendentista palermitano, influenzando il corso della storia isolana.

A cura di Paolo Privitera
23 marzo 2025 18:00
Il ruolo di Catania nella rivoluzione siciliana del 1820 | Quando la città si ribellò al governo borbonico - Ritratto di Carlo Alberto di Savoia
Ritratto di Carlo Alberto di Savoia
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Nel tumultuoso scenario della rivoluzione siciliana del 1820, Catania assunse una posizione distintiva, scegliendo di non aderire al movimento indipendentista promosso da Palermo. Mentre il capoluogo siciliano insorgeva contro il governo borbonico, Catania, insieme a Messina e Siracusa, optò per mantenere il legame con Napoli, intravedendo in questa scelta vantaggi economici e politici.

Il contesto della rivoluzione del 1820

Nel giugno del 1820, Palermo fu teatro di una sollevazione popolare che mirava a ristabilire la Costituzione del 1812 e a ottenere l'indipendenza dalla dominazione borbonica. Tuttavia, questa spinta rivoluzionaria non trovò eco uniforme in tutta l'isola. Le province orientali, in particolare Catania, manifestarono resistenze verso l'egemonia palermitana e preferirono sostenere l'unità con Napoli. Questa divergenza di intenti evidenziò le fratture interne alla Sicilia dell'epoca.

Le motivazioni della scelta catanese

Le città di Catania, Messina e Siracusa erano caratterizzate da una struttura socio-economica meno feudale rispetto ad altre zone dell'isola. Queste città intravedevano nell'unione con Napoli opportunità di sviluppo economico e modernizzazione. La prospettiva di una Sicilia indipendente, dominata da Palermo, poteva rappresentare una minaccia per gli interessi commerciali e politici delle province orientali. Di conseguenza, Catania e le altre città dissidenti inviarono propri rappresentanti al Parlamento di Napoli, esprimendo la loro lealtà al governo centrale e dissociandosi dalle aspirazioni separatiste palermitane.

Le conseguenze della divisione

La mancata coesione tra le diverse province siciliane indebolì il movimento rivoluzionario. Palermo, isolata e priva del sostegno delle principali città orientali, si trovò in una posizione vulnerabile. Per contrastare l'opposizione delle città dissidenti, il governo rivoluzionario palermitano, guidato dal principe di Villafranca, scatenò una sorta di guerra civile, con bande armate che saccheggiavano vari centri dell'isola. Tuttavia, questa strategia non fece altro che aumentare le divisioni interne. Nel frattempo, il governo di Napoli decise di intervenire militarmente per reprimere la rivolta, inviando un corpo di spedizione sotto il comando del generale Florestano Pepe, che sbarcò a Milazzo nel settembre del 1820. La repressione fu rapida ed efficace, e Palermo capitolò nel giro di poche settimane.

Curiosità: il ruolo dei deputati catanesi nel Parlamento di Napoli

Nonostante la scelta di non aderire al movimento indipendentista, Catania ebbe una rappresentanza attiva nel Parlamento di Napoli. Tra i deputati siciliani che si distinsero per la qualità degli interventi vi erano i catanesi Vincenzo Natale, che ricoprì anche il ruolo di segretario dell'Assemblea, Paolino Riolo e Francesco Strano. Questi parlamentari si fecero promotori di proposte tese alla modernizzazione economica e sociale dell'isola, affrontando temi come l'abolizione della feudalità e la riforma del sistema ecclesiastico. La loro azione dimostra come, pur non sostenendo l'indipendenza, Catania cercasse comunque di contribuire al progresso della Sicilia all'interno del Regno delle Due Sicilie.

In conclusione, la posizione di Catania durante la rivoluzione siciliana del 1820 evidenzia le complessità politiche e sociali dell'isola in quel periodo. Le divergenze tra le diverse province e le scelte strategiche adottate hanno influenzato profondamente gli sviluppi storici successivi, lasciando un'impronta indelebile nella memoria collettiva dei catanesi.

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