Il Femminicidio nella Storia di Sant’Agata: una Storia Attuale

Sant'Agata

Il 5 febbraio si celebra Sant’Agata, patrona di Catania: si tratta della terza festa più famosa al mondo, che unisce fede, tradizione e folklore, seguita con profonda devozione sia dai catanesi che dai numerosi turisti che ogni anno si riversano per le strade della città.

Agata è un’eroina antica, ma allo stesso tempo moderna, che muore per perseguire i propri ideali e la propria libertà di fede. È vittima di un uomo potente, che vuole possederla, fino ad ordinarne prima la tortura, e poi l’uccisione.

Ma se spogliassimo Agata dalle sue vesti di martire e santa, cosa ne resterebbe?

Avremmo prima di tutto una donna. Ma anche una ragazza che ha lottato per la propria libertà e castità, un simbolo di resistenza, rivoluzione e ribellione.

Sant’Agata, una donna dalle radici profonde

La storia di questa giovane martire, se fosse accaduta nei giorni odierni, avrebbe tutti gli elementi per essere classificata come un efferato femminicidio.

Il Femminicidio nella Storia di Sant'Agata: una Storia Attuale

Secondo la tradizione, che ha ispirato le varie testimonianze artistiche che raffigurano la giovane catenese come molto bella e dallo sguardo nobile, Agata fu uccisa a Catania intorno al 250 d.C.

Si racconta infatti che il pagano Quinziano, era così fortemente attratto dalla bellezza e dalla sua nobile estrazione che bramo di farla sua a tutti i costi.

Agata però ne rifiuto le lusinghe, poiché voleva appartenere solo a Cristo. Vedendo così fallire, uno dopo l’altro, qualsiasi suo tentativo di conquista, Quinziano fece imprigionare Agata per torturarla.

Le torture però, non piegarono lo spirito della giovane, che anzi gioiva nel vedere prossima la sua morte per Cristo, ma aizzarono l’ira del torturatore che prima la fece seviziare, per poi ferirla nella sua femminilità ordinandone il taglio dei seni.

Si narra che Agata ricevette le cure dell’apostolo Pietro, ma che alcuni giorni dopo fu nuovamente torturata e messa sui carboni ardenti, per poi morire nella sua cella.

Il femminicidio nella società attuale: la storia di Sant’Agata come esempio

La figura di Sant’Agata ha chiaramente una forte valenza semantica, che ha trascorso secoli, collegando passato, presente e attualità.

In tutte le storie di donne brutalmente uccise, seviziate, bruciate, c’è la storia di Agata. È l’esempio lampante, degli innumerevoli casi di cronaca che continuano ad avere protagoniste donne di qualsiasi età ed estrazione sociale, che hanno rifiutato, sia con l’anima che con il corpo, le lusinghe ma anche le restrizioni e pressioni di uomini che volevano imporsi sulla loro volontà, così tanto da decidere per la loro vita, a cui hanno messo fine.

Ed Agata, come tutte, ha lottato per il suo diritto di essere donna, per la sua libertà, e per la sua volontà di non sottomettersi a nessun uomo.

Uomini bruti che usano la forza e la violenza per ottenere l’oggetto del loro desiderio.

Perché quella di Quinziano non era altro che una passione amorosa che gli aveva offuscato la mente, un’ossessione che era divenuta parte di lui e di cui doveva liberarsi, visto che non poteva averla. “O mia o di nessun altro”.

Sono passati secoli, dicono che i tempi siano cambiati, eppure ancora oggi nulla è mutato: molte donne continuano a morire per aver detto “No” ad un uomo o per il semplice fatto di non volersi sentire proprietà di qualcuno, se non di loro stesse.

Forse dovremmo educare i nostri figli alla gentilezza, addolcire il lessico introducendo termini e parole meno maschiliste, credere nella parità e non nella sovranità di uno di due sessi, in modo che la storia di Agata cessi di ripetersi, e ne possa vivere solo il ricordo.

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